home’s Cool: Ma dove sono i bambini?

Dai 6 anni ai 18 anni ho passato gran parte dei miei pomeriggi a giocare a calcio per strada, nei campetti e nei campi da gioco del paese dove ho vissuto.
Non avevo smartphone, non avevo consolle videogiochi, non ero iscritto a nessun social network, a stento guardavo i cartoni animati nelle ore più calde o più fredde dell’anno.

Ricordo che senza nessun tipo di appuntamento, tutti noi, ragazzini del quartiere, sapevamo quando sarebbe iniziato il gioco: il primo tonfo del pallone contro il muro ed il rumore delle scarpe, dei primi bambini arrivati al campetto, che sfregavano sull’asfalto. Null’altro.

Nessun sms, nessuna mail, nessun orologio. Solo la percezione del calore del Sole sulla pelle ed il desiderio di divertirsi insieme.  Le nostre urla, le litigate, i goal, le corse, i passi, tutto era musica per tutto il quartiere (magari un pò molesta in alcune fasce orarie 🙂 ); non c’era pomeriggio, dal 1 Gennaio al 31 Dicembre (compresi) che non fossimo in quel campetto e nelle strade limitrofe a giocare. Quando arrivava la neve si giocava con lo slittino e a cadere sul ghiaccio, a costruire pupazzi di neve e poi demolirli con salti e capriole.

Tutto era gioco…in ogni momento. Tutto era musica grazie alle nostre voci ed ai nostri rumori. 

Diventando adulto ho vissuto per alcuni anni in una grande metropoli ed anche lì, per strada vedevo bambini giocare. Ma da qualche anno mi chiedo guardando le strade, i campetti ed i parchi gioco semi-deserti:
“Ma dove sono i bambini?”

Dove sono rinchiusi? Dove sono “prigionieri“?
I bambini hanno il diritto ed anche il dovere di sbucciarsi un ginocchio, di infrangere questa campana di vetro che potrà anche proteggerli, ma prima o poi al suo interno l’aria finirà.
Lasciamo che urlino, che scovino, che si incontrino, che si scontrino cercando nuovi equilibri ed insegnandoci a relazionarci. I pochi bambini che vedo, quasi sempre sono accompagnati da genitori che guardano il mondo attraverso il loro smartphone, perdendosi lo spettacolo più prezioso di quell’attimo: i loro figli che giocano.

Abbiamo affibbiato addosso ai bambini la parola “socializzazione“, dimenticando che loro (ma anche noi) nascono già predisposti alla relazione, all’incontrare l’altro senza guardare il colore della pelle, la lingua parlata, il Dio pregato e l’etnia di provenienza.

Ai bambini interessa giocare ed imparare giocando.
Staremo a guardare o ammireremo questo spettacolo lasciandoci coinvolgere nel gioco?